Non sono entrato nell’azienda di famiglia come si abbracciano i voti. Anzi, non pensavo neanche che ci sarei rimasto a lungo. L’omeopatia, all’epoca, non mi appassionava più di tanto. La vivevo come una semplice evidenza terapeutica e non avevo mai neanche pensato alla possibilità di lavorare con mio padre. I nostri temperamenti sembravano assai poco compatibili. Nell’arco di vent’anni, con lui avevo avuto solo tre veri scontri, tanto ero colpito e contemporaneamente irritato dalla sua tensione interiore e dalla violenza della sua volontà.

Sono entrato in azienda il 1° settembre 1970 per guadagnare un po’ di soldi. Mi ero appena laureato in farmacia. Avevo 23 anni. Volevo sposarmi. Contemporaneamente, dopo la laurea in farmacia, stavo preparando un diploma di management. Mi interessava la possibilità di avere un lavoro part-time, si trattava di organizzare il servizio esportazioni. Ed è così che, incarico dopo incarico, mi sono progressivamente integrato nell’azienda. L’ho scoperta, ho imparato a rispettarla, ad amarla, a comprenderla. All’inizio, però, non mi rendevo davvero conto di tutta la ricchezza insita nell’omeopatia. L’elemento che mi affascinava era la straordinaria avventura di un’azienda, di persone da motivare, guidare, coordinare. La mia passione era il sociale. E poi, progressivamente, ho scoperto che il management e la medicina erano molto simili, che in entrambi i casi si aveva a che fare con la sofferenza e con la paura, che in entrambi i casi si trattava contemporaneamente di un insieme di tecniche e di un’arte, che in entrambi si ritrovavano il potere e la responsabilità. In entrambi io avvertivo il forte bisogno di una riflessione etica e filosofica. Ho scoperto che lo sviluppo dell’omeopatia faceva sorgere una vera discussione, per non dire un vero e proprio scontro ideologico, scientifico, sociologico, politico.

Ho deciso di impegnarmi su questo fronte con lo stesso atteggiamento che mi aveva guidato nella gestione aziendale: non puntare alla crescita fine a se stessa, ma cercare soltanto, con profonda determinazione, di migliorare i risultati terapeutici dell’omeopatia. Il futuro dell’omeopatia sarà più roseo quanto più l’omeopatia mostrerà la sua efficacia. È peraltro così che l’omeopatia si sviluppa da due secoli, contro venti e maree.

Attraverso questi brevi cenni storici, cerco di ricostruire l’ambiente in cui sono stato cresciuto: farmaceutico, omeopatico, scientifico, aperto, medico, universitario, curioso, senza concessioni né settarismi. Ho sempre provato una grande avversità per il settarismo e per il fanatismo, di qualsiasi matrice.

Riconosco anche di essere più tollerante nei confronti dei detrattori dell’omeopatia di quanto io non sia con i suoi sostenitori fanatici. Se non fossi “caduto nei granuli” alla nascita, se l’omeopatia non fosse stata parte integrante del mio ambiente familiare e sociale come un’evidenza, probabilmente sarei tra i detrattori dell’omeopatia. Credo di essere fondamentalmente un ricercatore, un curioso, uno scettico. Lo scetticismo è la chiave di volta del mio approccio scientifico ed è anche una delle principali caratteristiche della cultura francese.

 

Se l’umanità ha potuto progredire dall’origine, è solo grazie alla riflessione, all’osservazione, all’analisi, alla sperimentazione e soprattutto all’elaborazione progressiva di una metodologia rigorosa finalizzata a eliminare quanto più possibile gli errori interpretativi e i pregiudizi.

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