Secondo il paradigma attuale, la malattia è considerata un nemico, nei confronti del quale bisogna prendere le armi, come per la guerra. Si va alla ricerca di un capro espiatorio, nella maggior parte dei casi un virus o un microbo. Si drammatizza il pericolo per mobilitare meglio il pubblico: “dovete stare in guardia, pronti a combattere”.

L’esacerbazione delle paure individuali e collettive contribuisce a diffondere nel mondo un clima di ansia che favorisce il ricorso massiccio alle “armi”, rappresentate dalla medicina, dai farmaci, dagli interventi chirurgici. Questi generano, a loro volta, altre malattie.

La medicina attuale dimentica i precetti di Ippocrate, pur continuando a venerare assai superficialmente la sua immagine. Si interviene sulla malattia senza cercare né di conoscerla a sufficienza, né di capirne la causa. Non si esita ad utilizzare rimedi che possono avere effetti indesiderati, senza domandarsi a sufficienza se esistano altri metodi più adatti e non tossici. Ci si focalizza esclusivamente sull’ipotetico agente causale esterno. Si considera l’organismo umano come un campo di battaglia dove farmaci sempre più potenti devono combattere senza pietà nemici ritenuti sempre più temibili.

Com’è possibile trovare la pace del corpo, dello spirito, quando si dichiara continuamente guerra alla malattia?

Il nostro corpo in crisi deve essere veramente trattato come un nemico? I virus e i batteri sono veramente nostri nemici? Non vi sono altre visioni possibili della fisiopatologia?

Certamente esiste una sola medicina, ma vi sono diverse concezioni possibili della malattia. Si possono considerare i sintomi del malato come una malattia in sé: ad esempio un eczema, le vertigini, le difficoltà respiratorie e anche l’influenza o un tumore, in genere sono considerati vere e proprie malattie e trattati come entità indipendenti dall’organismo nel quale si sviluppano. Ma li si può anche considerare manifestazioni di uno squilibrio più profondo dell’intera persona, di origine psichica, alimentare, osteoarticolare, affettiva, professionale, etc.

Senza voler fare della psicanalisi o della psicologia di bassa lega, la malattia è della persona malata. Lottando contro la malattia, lotta contro se stessa. Non si può dichiarare guerra e allo stesso tempo fare pace. La malattia richiede che si faccia pace all’interno di sé.

Non si tiene conto a sufficienza dello straordinario potenziale di salute che è insito in ciascuna persona

Ippocrate diceva: “Natura Medicatrix”, la natura è medicina. A condizione di lasciarla fare e di non metterle troppo i bastoni tra le ruote. Per questo motivo ai medici consigliava, nella sua famosa scuola dell’isola di Kos, di stare soprattutto attenti a non nuocere ai pazienti: “Primum Non Nocere”. In molti casi la malattia fa già parte del processo di guarigione e invece di rispettarla la si blocca.

Il caso più classico è il sintomo della febbre. Con la nostra mania di scambiare i sintomi per la malattia, si tenta di eliminare la febbre invece di rispettarla e di limitarsi a tenerla sotto controllo.

Per molto tempo si sono contrapposte l’omeopatia all’allopatia, la medicina dolce alla medicina “hard”, la medicina “scientifica” alle medicine tradizionali.

malattia e omeopatia

Alberta Jacqueroud, particolare

Queste “dispute” culturali nascondono in realtà un’opposizione molto più fondamentale e molto più complessa che prende origine dalla spiritualità di ciascuno:

– Alcuni, pazienti e medici, vedono la malattia come una sventura, il malato come una vittima passiva, la medicina come un insieme di palliativi o “protesi”, il corpo umano come terreno di scontro tra forze del tutto indipendenti dal paziente. Per costoro, i virus colpiscono a caso il soggetto che ha la sventura di trovarsi in un determinato posto, allora il medico di servizio deve chiamare alla riscossa i suoi luccicanti “antivirus”. Questi pazienti vanno dal medico come porterebbero la macchina dal meccanico. Non accettano il dubbio, né il mistero. Ogni problema deve avere una soluzione. “Dottore, mi sbarazzi di quest’eczema!”

– Altri, pazienti e terapeuti, vedono invece l’individuo come una creatura “divina”, “magica”, incomprensibile nella sua globalità dalle molteplici sfaccettature e ricca di significato. Credono, anche se non sempre se ne rendono conto, nel senso della vita. Credono anche che ogni malattia abbia un significato e che questo significato debba essere ricercato insieme, dai terapeuti e dai pazienti, in modo “ippocratico”, ovverosia in tutti gli aspetti della vita personale, professionale e ambientale della persona. I sintomi oggettivi della malattia saranno vissuti come i segni di una realtà più profonda e più importante a cui si dovrà cercare di dare una risposta.

Quest’altro approccio alla malattia e alla medicina richiede un altro atteggiamento terapeutico improntato alla coerenza:

  • aiutare il paziente a superare naturalmente la crisi dopo aver fatto cessare le cause che l’hanno provocata,
  • cercando di stimolare le sue reazioni virtuose, grazie ai mezzi più adatti: innanzitutto quei mezzi terapeutici che lasciano intatte le capacità reattive del paziente: igiene, dietetica, osteopatia, attività fisica, psicologia, agopuntura, omeopatia. Nessuno di questi mezzi è “iatrogeno”. In ogni caso, il trattamento non deve sostituirsi al potenziale di guarigione del malato. È destinato a stimolarlo e ad aiutarlo in una dinamica di amore e non di guerra, a mobilitare tutte le risorse fisiche e psichiche del suo organismo.

Ma in caso di urgenza o di necessità, naturalmente, pazienti e medici si metteranno d’accordo per utilizzare i mezzi della medicina “hard”: chirurgia, terapia antibiotica, morfinici, corticosteroidi, etc.

A questo proposito, in Italia abbiamo fatto realizzare un sondaggio significativo: contrariamente all’immagine che ci si fa dei pazienti, non sono “manichei”; la maggioranza degli Italiani desidera che il proprio medico acquisisca la capacità di prescrivere un trattamento omeopatico in caso di bisogno. Non desiderano né medici complementari, né medici scientifici, che praticano la medicina “hard”, desiderano soltanto che il loro medico, persona umana di cui si fidano, sia aperto a tutti i mezzi disponibili per aiutarli nella malattia di cui soffrono.

Ciò che un tempo distingueva i medici omeopati dai medici allopati era il tipo di medicinali prescritti: ciascuno utilizzava esclusivamente i propri rimedi. Per fortuna questo periodo è ormai superato e oggi i medici combinano le diverse strategie terapeutiche corrispondenti a diverse visioni della fisiopatologia.

Un medico, oggi, non è più soltanto generico o specialista, ha sempre più spesso nozioni di omeopatia, osteopatia, agopuntura, psicologia, dietetica, etc.

Il vantaggio di queste alternative terapeutiche è duplice: da un lato apportano una complementarietà efficace o addirittura essenziale; dall’altro lato arricchiscono la cultura medica. Ciascun metodo terapeutico rappresenta inoltre un approccio diverso alla medicina, al malato e alla fisiopatologia.

Un medico che ha studiato l’omeopatia non è più soltanto un medico “normale” dotato di una competenza nuova, è veramente trasformato da questo approccio diverso alla malattia e alla terapia. E credo si possa dire la stessa cosa di ogni terapia: psicologia, chirurgia, terapia antibiotica, vaccini, etc. Ciascuna racchiude, oltre al proprio potenziale terapeutico specifico, uno sguardo particolare sulla fisiopatologia, ossia sulle relazioni tra buona salute e malattia.

L’omeopatia, ad esempio, corrisponde a una famiglia di medicinali codificati e riconosciuti in tutto il mondo, ad eccezione della Cina e del Giappone. Qualsiasi medico può prescriverli e alcuni di questi medicinali sono di facile utilizzo. Ma la conoscenza approfondita di questo metodo terapeutico porta in genere il medico ad avere una visione più ampia e più ricca della malattia. Cambia il suo modo di vedere la medicina. Non vede più gli eczemi nello stesso modo, non vede più i pazienti con l’influenza o il cancro o l’AIDS nello stesso modo. Tiene conto non solo dei sintomi specifici della malattia, ma anche, e a volte soprattutto, della modalità reattiva di ciascun malato nella propria malattia. Per questo motivo un medico divenuto “omeopata” non è soltanto un esperto nell’arte di prescrivere i medicinali omeopatici, ma anche un “altro medico”.

malattia e omeopatia

Alberta Jacqueroud, particolare

E possiamo dire la stessa cosa a proposito di un agopuntore o di un osteopata, di un chirurgo o di uno psichiatra. Ciascuno di loro ha uno sguardo specifico sulla medicina, sulla malattia e sulla terapia.

Dopo gli studi, il medico “vero” deve imparare o reimparare tutto: la vita, la morte, le psicologie, l’umanesimo, la sofferenza, le dietetiche alimentari, l’osteopatia, l’omeopatia…

Queste “medicine dolci” sono particolarmente adatte alla maggior parte della patologie comuni: nervosismo, allergie, malattie ORL, dermatosi lievi, problemi digestivi benigni. Inoltre, data la loro innocuità, sono indicate soprattutto per i bambini piccoli, le gestanti, gli anziani e dovrebbero quindi corrispondere alla stragrande maggioranza degli atti medici.

La medicina “hard”, o medicina d’urgenza, è altrettanto indispensabile e necessita anch’essa di una competenza molto approfondita e costantemente aggiornata. Ma dovrebbe restare esclusivo appannaggio dei malati che ne hanno realmente bisogno, invece di essere prescritta alla grande maggioranza di loro, come accade oggi.

L’arte medica corrisponde appunto alla capacità di adattarsi ad ogni persona, di adattare la strategia terapeutica più consona e che richiede la conoscenza dei diversi metodi terapeutici per poter proporre al malato la scelta migliore.

 

[Il testo è tratto dal discorso di C. Boiron integrato “E se smettessimo di combattere la malattia” 29/01/2010]

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